NEWS ITALIA E DAL MONDO Chirurghi in fuga: «Paghe, aggressioni e turni infernali. I nostri medici scappano all’estero, presto chiuderemo le sale operatorie»


80753433_1212308935641829_8043063076284530688_nINSERITO DA MIKI PAPPACODA Una camera operatoria ferma perché senza chirurghi? Ci siamo quasi, a breve in qualche ospedale potrebbero essere abolite le operazioni chirurgiche. Anche quelle d’emergenza». È un grido di dolore quello lanciato da Pierluigi Marini, primario del San Camillo di Roma ma soprattutto Presidente Acoi (Associzione chirurghi ospedalieri italiani): circa 7000 iscritti su poco più di 7500 camici bianchi specializzati negli interventi chirurgici. Tra 5 anni, infatti, l’Acoi vedrà dimezzare le adesioni: «Perché non ci saranno quasi più chirurghi in Italia». Siamo alla fuga dal Servizio Sanitario Nazionale: tra prossimi pensionati, medici in carriera che scelgono di andare all’estero e giovani laureati in Medicina che non vogliono più fare i chirurghi, la situazione rischia di essere devastante per i pazienti. «Nel 2025 saranno andati via altri 3323 colleghi, come faremo a garantire i livelli minimi di assistenza sanitaria che già oggi vengono disattesi in molte regioni?». Un dramma. «Centinaia di borse di studio per specializzandi si perdono ogni anno – continua Marini -. I giovani si allontanano dalla chirurgia: guadagni scarsi e turni massacranti, ripetute aggressioni in corsia e soprattutto l’elevato rischio di contenziosi legali post operatori, poi difficoltà di accesso e di stabilizzazione lavorativa. Ce n’è abbastanza per lanciare l’allarme rosso». A rischio chiusura le sale operatorie di molti ospedali, specie del Sud, mentre in Veneto le strutture private di Germania, Francia, Inghilterra e Arabia Saudita saccheggiano i medici più bravi pagandoli anche il triplo. «Stiamo negando il diritto alla salute, come fa la Politica a non capire di aver sbagliato programmazione nel settore medico?». Così siamo al paradosso, con l’Italia già costretta a importare chirurghi dall’Est europeo, con metodi di preparazione completamente diversi. «Ecco il punto, potremmo provare a invertire questa nefasta tendenza solo se si cambiano radicalmente i metodi di specializzazione alla professione. Bisogna premiare il merito, spogliare i primari di tutta la burocrazia cui sono costretti ed equiparare il loro ruolo didattico a quello dei professioni universitari. Insomma, torniamo ad insegnare e a far fare pratica. Che poi è quello che i giovani chiedono. Spero di potermi confrontare presto su questo tema con il nuovo ministro alla Sanità, Roberto Speranza».

LEGGO

Miki Pappacoda

Giornalista pubblicista blogger lavoro nel campo dell'informazione dal 2010 iniziando con Positanonews e con il mio giornale Vettica di Amalfi Online

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